La teoria del “Relativismo culturale” di Karl Popper.
Le società democratiche occidentali, da molto tempo, sono utilizzate come se fossero dei grandi laboratori sociologici sperimentali, per collaudare, nella prospettiva teoretica del “relativismo”, elaborata dal filosofo ebreo, Karl Popper, la tenuta del principio di uguaglianza in società culturalmente disomogenee, al fine di verificare quale tensione massima possano sopportare prima di fratturarsi irrimediabilmente.
Il relativismo culturale propala la suggestione secondo la quale ogni cultura rappresenterebbe i singoli gruppi etnici, a prescindere dai concreti progressi evolutivi raggiunti da queste civiltà; e, a tutti questi folcloristici esotismi, attribuisce un valore tanto inestimabile quanto paritario a quello di qualsiasi altro.
Il relativismo culturale, popperiano, così come interpretato dalla ricerca umanistica del mondo occidentale, attribuisce significati di valore anche ai comportamenti tribali scaturiti da istinti primordiali, affermando che anche le popolazioni selvagge del terzo mondo sarebbero portatrici di grandi ricchezze culturali.
Questi umanisti, intellettuali e sociologi hanno promosso con insistenza le migrazioni di massa, affinché degli aborigeni, sopravvissuti ai margini della storia, sussidiati dal welfare, senza il quale non nemmeno esiterebbero (a causa della corruzione morale, del degrado sociale e della scarsa igiene dei loro costumi), potessero imparare a scimmiottare il comportamento dei gentili.
Questi scienziati psicopatici hanno utilizzato la società democratica come se fosse uno stabulario murino per cercare di dimostrare sperimentalmente quello che si sa da sempre e cioè che l’uguaglianza può esistere soltanto tra pari. █
Gilberto Bignamini (Political Designer)
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