Alcuni chiarimenti e una implicita soluzione ai problemi del mancato sviluppo nelle aree culturalmente deprivate ed economicamente depresse.
Il problema della crescita economica omogenea e la creazione del diritto al consumo di beni.
Una delle tante utopie moderne, che dilapida enormi quantità di ricchezze a detrimento della creazione di valore, è quella che aspira a ottenere un omogeneo sviluppo economico in ogni località del mondo. Questa idea è diventata un principio e un dovere per le ‘Organizzazioni Internazionali’. Ai Governi dei paesi maggiormente sviluppati è stato imposto il dovere etico di creare, con risorse tratte dalla fiscalità, delle società dei consumi nelle aree sottosviluppate del pianeta, anche in assenza di minimi accenni di sviluppo industriale. Un programma che sfida la logica, la ragionevolezza e tutte le leggi dell’economia.
Un problema umanitario che la ‘Natura’, senza ipocrisie, avrebbe risolto automaticamente.
I paesi poveri sono numericamente predominanti nelle ‘Organizzazioni Internazionali’, che da questi paesi sono state occupate dall’interno e delle quali detengono le maggioranze assembleari. Queste ‘Organizzazioni internazionali’, perciò, sono favorevoli alla continua creazione di nuovi diritti per i paesi poveri, diritti che qualcun’altro sta già pagando a caro prezzo senza possibilità di interruzione. Questi programmi di sviluppo si trasformano regolarmente in enormi pianificazioni di consumo di beni che, a loro volta, provocano massive crescite demografiche di nuovi disadattati, incrementando tutti problemi che avrebbero dovuto di risolvere.
I principi che ledono il merito e che compromettono il progresso.
Il principio della crescita economica omogenea e globale, favorendo gli inefficienti e punendo i meritevoli, prescinde dal criterio della selezione naturale. Il problema è quasi impercettibile quando si prenda in considerazione la generazione attuale, ma diventa offensivamente discriminatorio quando si valuti il vantaggio comparato per le generazioni future. Alcune categorie di esseri appartenenti a queste comunità arretrate, non avendo mai superato le prove di adeguatezza al flusso principale della storia e all’accettazione della civiltà fondata sulle libertà e sulle tecnologie, non sarebbero mai venute nemmeno a esistenza (e non avrebbero mai prodotto alcuna discendenza) senza i programmi di aiuti umanitari. L’unitarietà dell’umanità è un sottoprodotto dell’universalismo religioso ricalcato dal progressismo sovversivo. Nella realtà ci sono popolazioni semi primitive, ugualmente avide di consumo, in competizione per l’accaparramento di quelle risorse, che non sarebbero mai in grado di ricreare con il loro sistema di valori.
Il ruolo delle ‘Organizzazioni Internazionali’ come fattore involutivo della civiltà.
L’umanità arretrata che permane povera, nonostante gli aiuti della coesione tra i popoli, moltiplica le occasioni di atteggiamenti reazionari e distruttivi contro gli stili di vita della civiltà evoluta che quella ricchezza ha prodotto e continuerà a produrre almeno finché potrà. L’egualitarismo inverte i ruoli tra i popoli arretrati che sarebbero già usciti dalla storia da generazioni (e che ora, invece, decidono per tutti gli indirizzi politici prioritari), contro quei popoli evoluti che non sopravvivranno alle prossime generazioni, vittime di autolesionisti costrutti sul come dovrebbe essere l’umanità in astratto supponendola incolore, eguale e piatta. █
Gilberto Bignamini (Political Designer)
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