L’Italia, pur essendo il risultato di una impresa coloniale, non è stata fatta oggetto di alcuno dei processi di decolonizzazione avvenuti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza della Repubblica Sociale Italiana (Salò – Brescia – Valle Padana) avrebbe dovuto segnalare il problema alle potenze vincitrici, le quali, però, esclusero la trattazione della ‘Questione Padana’ dal novero degli interventi di riassetto territoriale postbellico dell’Europa. La Valle Padana, come la Repubblica di Salò ha dimostrato, in occasione di accadimenti geopolitici di rilevante entità, come la Guerra europea del 1939-1945, tende a separarsi politicamente dall’Ausonia (penisola) e dall’Esperia (isole maggiori), sul crinale appenninico.
Le ecatombi italiane.
L’Unità d’Italia (1861) è stata l’epilogo di alcune guerre coloniali, combattute in Europa, con l’imposizione di una pace mai definitivamente accettata dalle popolazioni conquistate. Quanti morti e quanti lutti sarebbero stati evitati tra le popolazioni padano-alpine se non ci fosse stata l’Unità d’Italia? A partire da quel fatidico 1861, ed escludendo i morti delle guerre risorgimentali, che amplierebbero di molto la conta delle lapidi nei cimiteri, dall’Unità d’Italia sono incominciate le ecatombi a ripetizione promosse dal nuovo Stato unitario italiano.
In Europa una guerra ogni trenta anni dal 121 Avanti Cristo.
Gli studi dell’Unione europea hanno mostrato che, in Europa, dal 121 avanti Cristo al 1945, con i pretesti più vari (guerre di religione, di conquista territoriale e altro), in media, ogni trenta anni, è stata combattuta almeno una guerra devastante con altissimi tributi di sangue. Uno degli scopi istituzionali dell’Unione europea sarebbe proprio quello di cercare fermare tutte queste stragi tra cittadini della stessa stirpe europide.
“Qui si fa l’Italia o si muore!”
L’Unità d’Italia, nella sua storia evolutiva, con le sue corruttibili classi dirigenti, ha istituito pluralità di sotto regimi autoritari (monarchia coloniale sabauda, imperi coloniali d’oltremare, dittatura fascista, teocrazia democristiana, Trattativa Stato-Mafie, Dittatura del diritto e delle leggi, Debito pubblico), per cercare di tenere unito un paese centralizzato, il quale, senza dei presidi militari permanenti, con caserme ovunque, si sfalderebbe automaticamente.
Quali sarebbero state le sofferenze che le istituzioni dell’Italia Unitaria avrebbero inflitto alle popolazioni padano-alpine?
Contro i nostri trisavoli, nel 1898, il generale Fiorenzo Bava Beccaris, non esitò a impiegare i cannoni dell’artiglieria, contro i dimostranti milanesi, che stavano protestando contro gli aumenti del prezzo del pane. Una dirigenza già allora incapace di gestire con equità la finanza pubblica nell’Alta Italia e di affrontare i problemi sociali con strumenti diversi dalle stragi di stato (cento morti) e dall’intimidazione psicologica (stato di polizia per soffocare le proteste). Queste dirigenze si tramandano i tratti distintivi, oggi non più così plateali (a cannonate), ma celate dai silenzi delle gestioni burocratiche (studi di settore, cartelle esattoriali, avvisi di garanzia e processi farsa), con esiti analoghi. I militari dell’esercito italiano, peraltro, vogliono tornare alla politica attiva (generale Roberto Vannacci e altri) e, come è noto: “…la guerra è la politica portata avanti con altri mezzi (Karl Von Clausewitz)”.
La Prima Guerra Mondiale
I nostri bisnonni (generazione dell’1899, detta generazione ‘99), senza l’Unità d’Italia, non sarebbero crepati di stenti nelle trincee della ‘Prima Guerra Mondiale (1915-1918)’, per soddisfare le ambizioni coloniali della monarchia sabauda, volte ad ampliare i confini del proprio regno, nella più totale indifferenza per i costi umani. I soldati italiani, d’innanzi a fronti di guerra invalicabili, al grido di “Avanti Savoia”, che annunciava gli assalti allo scoperto con la baionetta, se fossero andati avanti sarebbero stati crivellati dai proiettili degli avversari, che urlavano: “italiani state indietro siete dei bersagli troppo facili”, se fossero tornati indietro sarebbero stati crivellati dai proiettili delle retroguardie dei loro stessi reparti o della polizia militare, che avevano avuto l’ordine perentorio di impedire qualsiasi ritirata, anche dinnanzi alla superiorità del fuoco nemico. Una Italia unitaria dove la morte era l’unica via di uscita dalla follia criminale dello Stato.
Il fa-sc1smo.
I nostri nonni, nella successiva generazione, quella degli Anni Venti del Novecento, subirono l’impatto catastrofico di un nuovo fattore unificante dell’Unità d’Italia: il regime fa-sc1sta. Il fa-sc1smo fu una organizzazione paramilitare, capitanata da un profugo balcanico, un mussulmano convertito, tale Beni10 Mu88olini, naturalizzato in Emilia, già renitente alla leva militare, che provvide alla recrudescenza di un regime monarchico già dispotico. Il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, lo incaricò personalmente di formare un nuovo governo, così, oltre alle ulteriori disastrose campagne di conquista coloniale in Europa, si aggiunsero quelle in Africa orientale, finendo per condurre l’Italia “del ventennio” verso un altro immane conflitto: la Seconda Guerra Mondiale.
La II Guerra Mondiale.
I nostri padri e le nostre madri, in conseguenza dell’Unità d’Italia, crebbero sotto i bombardamenti e patirono tutte le sofferenze che una guerra può infliggere a degli innocenti. Il Dxce, con i suoi proclami reboanti, promise alle folle festanti per disciplina di partito e per obbligo di stato, “pochi morti per sedersi al tavolo delle trattative diplomatiche”, con la gloria imperitura dei martiri destinati al sacrificio, di immolarsi per la grandezza della patria italico-sabauda e dell’antica Roma Imperiale, con il risultato di una Valle Padana rasa al suolo dalle bombe degli angloamericani.
Lo stato clericale.
L’Unità d’Italia, dopo il referendum che esiliò i Savoia, si trasformò in una Repubblica teocratica, con al vertice un partito religioso, legato al Vaticano, la ‘Democrazia cristiana’, che rimase al potere per quasi mezzo secolo, dal 1945 al 1990, con i pieni poteri che solo una democrazia bloccata poteva dare a un solo partito di governo, poteri utilizzati per convertire delle istituzioni che avrebbero dovuto essere laiche in uno stato dall’ecumenismo tollerante verso i fondamentalismi delle religioni di Abramo (cristianesimo, ebraismo e islam).
La trattativa Stato Mafia.
L’Unità d’Italia, dopo gli avi, i bisnonni, i nonni e i nostri padri, ora tocca direttamente tutti noi Padani. L’Unità d’Italia, non avendo mai risolto il problema del brigantaggio nel SudItalia, ora lo ritrova contiguo alle istituzioni democratiche, come anti-stato criminale, che opera dall’interno degli apparati pubblici, con i tipici comportamenti di complice omertà. Il crimine mafioso, a partire dagli Anni Cinquanta, è dilagato, anche in AltaItalia, inaugurando l’era dei crimini dell’o-di-o verso gli italiani del nord, con omicidi, sequestri di persona, ricatti, estorsioni, induzione all’assunzione di sostanze stupefacenti nei giovani e faide per il controllo del traffici di droga, fino al reinvestimento dei proventi delle attività criminali nell’economia sana, trascinando tutto e tutti in situazioni di connivente contiguità con la criminalità di stampo mafioso. I vertici dello Stato, che hanno stipulato la trattativa Stato-Mafia, invitano il NordItalia ad abituarsi ai comportamenti mafiosi, perché sono un modo di essere del ‘Bel Paese’ e il prezzo da pagare per salvaguardare l’Unità della nazione. Gli uomini dello Stato, che dovrebbero combattere il brigantaggio mafioso, provengono, nella quasi totalità, dalle stesse regioni del SudItalia dove il fenomeno è nativo. Questa condivisione di cultura, di tradizioni e di costumi, abbinata alle blande azioni repressive dello Stato meridionalista, rende il contrasto alla criminalità mafiosa inefficace in modo sospetto.
La dittatura del diritto e della legge.
Le istituzione dello Stato unitario italiano, a causa degli eccessi di regolamentazione legislativa del Parlamento e delle altre fonti di produzione di norme giuridiche, non garantiscono più l’esercizio pieno e completo dei diritti costituzionali e delle libertà democratiche. L’esercizio di questi diritti, con leggi alluvionali e straripanti, è stato illiberalmente circostanziato e delimitato. Molti diritti, come, per esempio, quello di libertà di parola e di espressione, si sono squagliati, così come sarebbe avvenuto con la censura in qualsiasi regime totalitario. Oggi, per qualsiasi fatto, atto o comportamento, ci sono pluralità di norme, anche variabili nel tempo, che rendono il diritto non conoscibile al cittadino. Le leggi hanno ricreato i diritti speciali di ‘Welfare’, per specifiche categorie di persone, sostituendo i precedenti status di privilegiati (clero, nobiltà e terzo stato) con altri, in violazione dei principi antidiscriminatori, che si credevano aboliti con l’avvento della democrazia. Questi eccessi hanno generato una altra forma di autoritarismo: la dittatura del diritto e della legge, al cui vertice c’è la magistratura, che tutte queste enfatiche produzioni di norme scriteriate è incaricata di far rispettare, interpretando, riduttivamente o estensivamente, i dettati e comminando discrezionalmente delle sanzioni tanto imprevedibili quanto sproporzionate.
I finanzieri di stato, le iniquità fiscali e il dissesto finanziario.
Tutti noi, in Alta Italia, stiamo consumando i beni i famiglia per sopravvivere alla furia fiscale dello Stato italiano. Il voto di scambio, per mezzo del “welfare”, è diventato la costosa alternativa alle leggi sul finanziamento dei partiti. I collegi elettorali del mezzogiorno si sono organizzati per ricevere i vantaggi di questa strategia, a carico del debito pubblico e dei programmi di accertamento fiscale contro i presunti evasori o i supposti abbienti. Gli esperti di finanza, reclutati per concorso pubblico, che non sarebbero i grado di gestire una ferramenta, definiscono la politica fiscale dello stato, inventando nuove tasse e inasprendo quelle vecchie, in una economia asfittica dove è impossibile fare impresa.
In presenza dell’Unione europea come si potrebbe giocare una partita intelligente.
L’Unione europea, per quanto rientri nelle sue facoltà ridisegnare i confini degli stati membri, non prenderebbe alcuna posizione fino a quando il conflitto interno a uno stato non raggiungesse un tale livello critico (dato dal numero di morti accertati) da richiedere operazioni di peacekeeping interforze sovranazionali per mantenere o per riportare la pace nella regione in conflitto.
Oggi, senza l’Unita d’Italia, il mondo sarebbe un posto migliore.
Nessun popolo sarebbe stato asservito alla colonizzazione sabauda armata dai banchieri. Nessuno sarebbe morto sulle barricate per il pane. Nessuna trincea sarebbe stata scavata sulle Alpi. Nessuno avrebbe marciato su Roma. Nessuna pioggia di bombe sarebbe precipitata sulla Valle Padana. Nessuno Stato clericale avrebbe imposto una religione adatta ai pastori nomadi del deserto. Nessuna organizzazione mafiosa, nazionale o internazionale, sarebbe stata istituzionalizzata. Nessuno sarebbe sanzionato dalla dittatura del diritto e delle leggi. Nessun eterno parassitismo sociale delle regioni in sviluppo esisterebbe. Nessun immane debito pubblico da pagare con le casse vuote sarebbe stato creato. █
Gilberto Bignamini (Political Designer)
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