Il ritorno al federalismo delle origini, dopo quaranta anni di accantonamento tattico, potrebbe non essere un argomento così accattivante per gli elettori di oggi. Anche i più enfatici sostenitori di qualche decennio fa, ora pensionati o defunti, compreso il senatore, Umberto Bossi, hanno sempre saputo che il federalismo non si sarebbe mai potuto realizzare per le vie parlamentari. Tutti costoro, non avendo avuto il coraggio di sperimentare delle soluzioni alternative, con l’abbandono dell’acclive progetto federalista, sono convolati nei declivi progetti dei vantaggi personali.
Il federalismo del deputato Carlo Cattaneo fallì con la proclamazione dell’Unità d’Italia. Da allora, nessun intellettuale e nessun giurista italiano, compreso il senatore, Prof. Gianfranco Miglio, rendendosi conto dell’inutilità di qualsiasi approfondimento sul tema della riforma federale dello Stato, ha mai più scritto libri, collane o monografie sull’argomento.
Nell’Italia della solidarietà sussidiata a vita nelle regioni del mezzogiorno, nel riscatto proletario dell’egemonia meridionale di Antonio Gramsci e della trattativa stato-mafie nella spartizione del potere politico economico, non esistono le condizioni politiche minime affinché il federalismo possa affermarsi in modo pacifico attraverso delle riforme elaborate dal Parlamento.
Il federalismo, in Italia, non sarebbe nemmeno conveniente e i costi complessivi per realizzarlo sarebbero un inutile spreco di risorse. Il federalismo, infatti, all’approssimarsi della massima criticità per la tenuta delle istituzioni accentrate in forma unitaria, diventerebbe presto superato e si passerebbe oltre, facendo di meglio, cioè individuando assetti istituzionali più confacenti, che non sarebbero di certo quelli federali.
Il deputato, Matteo Salvini, con la lista ‘Salvini Premier’, senza ipocrisie, ha palesato indirizzo politico consociativo della Lega Nord, “di governo”, già impostato dai suoi predecessori, rendendo esplicite tutte le contraddizioni interne, che sembrerebbero devianti, ma non lo sono, in quanto rappresentano la prosecuzione di una strategia politica esplicitamente o tacitamente condivisa dalla dirigenza, che si era già conformata al modello italofilo quando Salvini ne prese il comando, con le note inevitabili conseguenze (Vannacci e il Ponte sullo stretto), che non devono stupire suscitando delle reazioni di ipocrita indignazione.
Le proteste leghiste avrebbero avuto l’occasione di provocare impatti significativi nel periodo spartiacque tra la caduta del muro di Berlino (1989) e la caduta dei muri che arginavano la globalizzazione.
Oggi tutti i partiti che promuovano l’autonomismo locale in Alta Italia hanno perso credibilità e sarà difficile che possano recuperare messe di voti con gli autolesionisti e inconsistenti programmi politici di cui sono dotati; programmi non hanno raggiunto alcun risultato utile negli ultimi quaranta anni.
La dimensione planetaria delle nuove catastrofi sociali, derivanti dalle aperture delle democrazie dei diritti ai trogloditi del terzo mondo, prospetta nuove occasioni di intervento per risolvere cumulativamente anche i vecchi problemi irrisolti. Nei moti vandalici degli aborigeni melanina, che cercheranno di decostruire il sistema costituzionale dei diritti, per sostituirlo con arcaismi tribali da età della pietra, potrebbe ripresentarsi una nuova occasione epocale di risolvere per le spicce anche la perdurante ‘Questione Padana’. █
Gilberto Bignamini (Political Designer)
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